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When accessibility becomes performance: Sign Language Interpreting in Music and live concerts as ‘Performati

2023-01-18 16:19

Anida Hilviu

progetti e corsi,

When accessibility becomes performance: Sign Language Interpreting in Music and live concerts as ‘Performative Rewriting’

Quando l'accessibilità diventa performance: l'interpretazione di musica e concerti nella lingua dei segni come 'riscrittura performativa’

Intervista a Angela Tiziana Tarantini, Postdoctoral Research Fellow (Marie Curie) School of Modern Languages, Cardiff University

 

 

 

A cura di Anida Hilviu 


 

Di cosa si occupa e come nasce questo progetto?

 

Il mio progetto si intitola When accessibility becomes performance: Sign Language Interpreting in Music and live concerts as ‘Performative Rewriting’ (Quando l'accessibilità diventa performance: l'interpretazione di musica e concerti nella lingua dei segni come 'riscrittura performativa’) e parte da un’idea che mi è venuta osservando queste pratiche di traduzione e interpretariato negli spettacoli dal vivo di questi straordinari interpreti che mirano a rendere la musica accessibile a chi è sordo. Queste pratiche stanno diventando sempre più popolari e nonostante ciò gli studi di traduzione non hanno ancora condotto un’analisi sistematica delle stesse. Uno dei motivi potrebbe essere che si tratta di una pratica talmente interdisciplinare che è molto difficile da analizzare in una singola disciplina. Ci sono degli studi meravigliosi condotti in musicologia in music and disability, mi viene in mente il lavoro di Anabel Maler (2015, 2013), ma all’interno degli studi di traduzione questa parte manca e quindi il mio scopo è di teorizzare questo tipo di pratica, capirla da una prospettiva degli studi di traduzione. Una studiosa, Lucile Desblache (2020), dice appunto che le pratiche di traduzione e musica possono essere analizzate in maniera diversa a seconda della lente interdisciplinare che si utilizza. Quello che ho constatato io, prima di iniziare questo progetto, è che ci sono dei lavori scritti in questo senso ma non dal punto di vista degli studi di traduzione, e questa è un po’ la lacuna che vorrei andare a colmare. E ci tengo a sottolineare che lo faccio partendo da un punto di vista della traduzione dalla prospettiva di una persona udente quale sono, e ne sono consapevole. 

 

Quali studi ed esperienze l’hanno condotta a questa scelta?

 

Grazie della domanda, è molto interessante. Il mio background è in traduzione teatrale, quindi traduzione e performance. Quando ho svolto il mio progetto di dottorato, ho analizzato l’impatto della traduzione su due elementi specifici della performance: il ritmo e il gesto. Poi ho presentato un paper alla Conferenza Biennale della Società Internazionale degli Studi sul Gesto, nel 2016 a Parigi, alla Nuova Sorbona (Tarantini, 2016). In quell’occasione ho incontrato tantissimi studiosi che usavano la lingua dei segni e sono rimasta affascinata dalla sua espressività. Sono sempre stata affascinata dallo studio del gesto, la lingua dei segni è sicuramente all’estremità del continuum della gestualità, come ha spiegato Adam Kendon (2000). Da lì ho sempre avuto la curiosità di studiare una lingua dei segni. 

Finito il progetto di dottorato, ho iniziato a pensare a come avrei potuto usare le competenze acquisite in ambito di traduzione e performance, ma anche in ambito di gesto in un progetto nuovo e diverso, e mi sono imbattuta in queste pratiche di traduzione della musica nella lingua dei segni e mi sono piaciute così tanto che ho iniziato a studiare la lingua dei segni australiana (Auslan), in quanto ero residente lì. Mentre ora, essendo residente in Galles, ho iniziato a studiare anche la lingua dei segni britannica (BSL) e ho iniziato a guardare cosa era stato scritto sull’argomento. 

La performatività di cui mi occupo è un concetto molto complesso in cui non credo di poter andare nello specifico, però posso dire che nella traduzione si divide in due branche: una sarebbe quella della traduzione come “activist translation” (Baldo 2019; Tymoczko 2010), quindi con uno scopo di portare dei cambiamenti reali nella società, non solo riguardante quindi l’impatto letterario e artistico ma anche quello sociale. L’altro è più prettamente legato al concetto di performance (Grant 2015, 2013). Io lavoro molto a livello interdisciplinare, adesso la mia mentore è Cristina Marinetti, una delle più grandi studiose di traduzione e performatività, la quale lavora principalmente nell’ambito della traduzione teatrale (Marinetti 2013, 2018 b, a). Quindi la colonna portante del mio lavoro è la traduzione e la performatività, ma è veramente necessario guardare a molte altre discipline: adesso c’è una disciplina relativamente nuova, Accessibility Studies, e il lavoro di Gian Maria Greco (2019, 2016), sarà fondamentale per il mio studio. 

Inoltre, ovviamente, il lavoro che è sempre stato fatto in Sign Language Linguistics,  linguistica della lingua dei segni di Johnston and Schembri (2007), per citarne uno, ma ce ne sono parecchi altri, o il lavoro di Pierre Schmitt (2017), più sulla linguistica antropologica in relazione alla lingua dei segni in performance. Bisogna tirare molte fila per questo tipo di lavoro. Un lavoro di questo tipo è importante e va fatto in stretta collaborazione con la comunità dei sordi, perché io come studiosa udente posso identificare patterns, però se queste strategie sono efficaci o meno per dare accesso alla musica non lo posso stabilire io e sarebbe sbagliato da parte mia pensare di poterlo fare. Una delle cose importanti è che quando ci si approccia a un progetto di questo tipo bisogna farlo con estremo rispetto perché di fatto ci stiamo avvicinando ad una minoranza linguistica e culturale, con tutte le conseguenze e implicazioni del caso. Quindi una cosa che non voglio fare è parlare per qualcuno, di una comunità di cui non faccio parte, ma parlare con loro, ci tengo a sottolinearlo.

 

Anida: certo, in particolare la comunità sorda tende a essere un po’ scettica, a differenza di altri gruppi minoritari verso gli studiosi.

 

Tarantini: sono anche molto sotto-serviti. Questo lo vedo come un parallelo con altre discipline: spesso le comunità minoritarie tendono ad essere un po’ riluttanti a collaborare con gli studiosi, perché dicono “ah, sì adesso arriva la persona da una posizione di privilegio che ci studia come “caso” È stato così per gli indigeni in Australia, se ci pensiamo anche  per i Nativi in Nord America. Non voglio parlare per nessuno, quello che voglio fare è coinvolgere le persone sorde  per mezzo di un questionario atto a capire quali sono le strategie efficaci per tradurre la musica nella lingua dei segni.  

 

Il progetto al quale sta lavorando è stato finanziato dall’Unione Europea per la sua componente innovativa. Qual è secondo lei l’innovazione del suo progetto? 

 

L’innovazione di questo progetto penso che sia proprio il fatto che a livello di studi di traduzione non è stato fatto un lavoro di questo tipo. Ci sono stati dei lavori in altre discipline ma la traduttologia è rimasta indietro in questo senso. A livello di studi di traduzione non abbiamo una cornice teorica per analizzare queste pratiche. O meglio, queste pratiche non sono mai state analizzate con le cornici teoriche esistenti negli studi di traduzione, e non c’è una raccolta di queste strategie usate dagli interpreti che possa servire ad altri interpreti o ad altri studiosi. Il mio scopo però non è quello di standardizzare una pratica performativa, anche perché non sono io che faccio queste traduzioni e performance (che sono fantastiche); il mio scopo è capire come vengono fatte da diversi interpreti in diverse lingue e categorizzarle. Poi un futuro interprete può guardare quello che ho scritto e quali strategie funzionano e quali sono meno efficaci, e penso sia questo il motivo per il quale il progetto è stato finanziato. 


 

Che ruolo svolge la tecnologia in questo progetto? Come verrà utilizzata? 

 

Questa è un’ottima domanda, nonostante io personalmente non sia molto hi-tech. So che ci sono degli strumenti per valutare tutta una serie di cose, dalle reazioni psicologiche alle emozioni, come ad esempio il casco per EEG (elettroencefalogramma), ma io non dispongo delle conoscenze necessarie per poterne parlare. Mangelsdorf, Listman, and Maler (2021) hanno appena pubblicato uno studio di questo tipo che valuta le emozioni. La tecnologia a cui io mi affiderò principalmente sarà internet, YouTube, questionari online, zoom, cose di questo genere. Poi ci sono anche software che studiano il gesto, ma per quello ci vuole un’equipe di ricercatori con competenze ben diverse, con un budget più elevato. Per fortuna che c’è la tecnologia, soprattutto in questo periodo del Covid; alla fine Skype e Zoom ci sono sempre stati ma non li abbiamo mai utilizzati tanto come adesso, e se ci pensiamo anche quello che stiamo facendo adesso, questa intervista, non l’avremmo fatta così due anni fa probabilmente. Questo mi dà la possibilità di parlare di lingue dei segni di diverse parti del mondo, quindi di avere un corpus più ampio e una base di partecipanti più diversificata. 

 

Quale sarà lo sviluppo del progetto e le sue prossime tappe?

 

Il progetto è iniziato il primo novembre 2021, e subito dopo ci sono stati Natale e la variante Omicron che non è stata da sottovalutare, e per quanto uno possa lavorare da casa certe cose vengono rallentate dal fatto che si ha meno accesso a determinate strutture. Ho chiesto a un’artista sorda e autistica che lavora con la lingua dei segni, pittrice e musicista che traduce musica in Auslan, di disegnare un logo per il mio progetto. Anche se sta lavorando sulla mia idea, voglio che ci sia l’input di una persona che vive la musica tramite la lingua dei segni. Il passo successivo è stato quello di contattare quelli che io chiamo gli “interpreter-performers”, perché non sono dei semplici interpreti ma sono dei veri e propri performer, perché quello che fanno è appunto all’intersezione fra la traduzione e la performance ed è proprio lì che la mia ricerca si svolge: all’intersezione fra traduzione e performance. Ho condotto una serie di interviste e ho chiesto loro di farmi degli esempi del loro lavoro, ho discusso con loro le strategie da loro utilizzate e mi hanno aiutato a capire come cambia l’interpretazione di un brano in base al ritmo, all’altezza del suono, in base al tempo della canzone. Con queste informazioni (che sembrano semplici da estrapolare, ma in realtà per ogni fase ci vogliono mesi), il passo successivo è sottoporle ad un gruppo di persone sorde e dire “questo interprete per questa canzone usa questa strategia: vi piace o no? Cosa vi piace?” E poi non io, ma loro stessi traggono le conclusioni e poi io le scrivo. Quindi da un punto di vista dello sviluppo questo è come ho lavorato e come si procederà. Da un punto di vista degli eventi e della comunicazione della ricerca sto pianificando di scrivere due articoli e se tutto va bene anche una monografia, ovviamente nell’arco dei 24 mesi del progetto. 

 

Con chi potrebbe collaborare durante il progetto?

 

Innanzitutto scelgo di lavorare prevalentemente con persone sorde o con interpreti udenti che hanno forti legami con la comunità sorda. Poi quando si fa un lavoro di questo tipo è necessario attingere a discipline diverse, e alle conferenze ho incontrato e incontrerò persone provenienti da campi diversi dai quali ovviamente potrò solo imparare. 

 

Cosa vorrebbe consigliare agli studiosi che vogliono approcciarsi a questo campo?

 

Di farlo con grande rispetto, come ho intenzione di fare io, poi spero di piantare un seme. Quando uno fa un lavoro di questo tipo non si sa mai come evolverà. Un consiglio che posso dare è di non aver paura dell’interdisciplinarità. Quello che succede spesso e volentieri in studi di questo tipo è che è necessario un approccio interdisciplinare. Un musicologo può non avere competenze di lingua dei segni, o, meglio, magari ne ha, ma non a sufficienza. Così, l’interprete di lingua dei segni che lavora in ospedale o in tribunale magari è competente in community interpreting e in lingua dei segni ma non è esperto di traduzione e performance, quindi la flessibilità e l’interdisciplinarità sono fondamentali. 

Una studiosa, Donella Meadows, ha scritto un libro che si intitola Thinking in Systems (2009) che parte dal presupposto che tutto è un sistema. Se ci pensate il corpo umano è un sistema, però al suo interno abbiamo sistemi diversi (digestivo ecc.) e si può andare sempre più nel dettaglio, fino ad arrivare all’unità minima. Lei dice che ogni sistema è formato da elementi, interconnessioni e scopo/funzione, a seconda se è animato o inanimato. Ci sono gli studiosi che studiano il sistema “lingua”, il sistema “musica”, il sistema “accessibilità”, ecc. Ci sono invece quelli che studiano le interconnessioni tra i sistemi, e quello che sto studiando io se vogliamo è un sistema, l’interpretazione della musica nella lingua dei segni, e utilizza elementi di altri sistemi, come musica, lingua dei segni, performance, ecc.  Per capire questo sistema però è necessario studiare l’interconnessione tra gli elementi del sistema nuovo che si è creato da elementi di diversi sistemi. Bisogna accettare il fatto che non si può sapere tutto dei sistemi da cui provengono gli elementi differenti, e affrontare la propria ignoranza con estrema umiltà e apertura mentale. Se pensi “questa cosa è più grande di me” ti spaventi ma bisogna ricordarsi che l’oggetto di studio sono le interconnessioni dei diversi elementi di diversi sistemi. Non occorre conoscere tutto di quei sistemi, ma solo come sono interconnessi fra loro per formare questo nuovo sistema che è oggetto di studio. Pertanto, paradossalmente, non essere esperti di quelle aree di studio ti permette di comprendere quanto necessario. 

 

Quali sono le differenze tra la lingua dei segni inglese e quella italiana?

 

Domanda molto interessante. Tutte le lingue dei segni sono diverse quindi di differenze ce ne sono e tante. Ci sono degli elementi comuni ovviamente, fondamentalmente i componenti della lingua dei segni sono tutti simili (nel senso che in tutte le lingue dei segni ci sono configurazioni, orientamento, luogo, movimento, ecc.). Poi ovviamente ogni lingua dei segni ha un suo lessico e una sua sintassi. Quello che vorrei andare a scoprire io con questo progetto è proprio se nell’interpretazione della musica ci sono dei pattern che si ripetono indipendentemente dalle lingue. Una strategia che è già stata evidenziata da Vicky Fisher (2021) è che gli interpreti tendono a ‘tradurre’ l’altezza del suono segnando a un’altezza diversa. Per esempio, se un cantante canta una nota alta il segnato dell’interprete avviene nella zona più alta del suo signing space. La stessa cosa avviene per una nota bassa, ovvero il movimento sarà più in basso. Questo è il tipo di strategia la cui efficacia  voglio valutare. 


 

Da un punto di vista culturale, che differenza c’è nell’approccio in questo campo tra Gran Bretagna e Italia? 

 

È una domanda molto difficile. Per esempio, la lingua dei segni britannica è stata riconosciuta come una lingua solamente nel 2003 e il BSL Act è stato approvato di recente, nell’Aprile 2022, quindi relativamente tardi. Qui però c’è un’associazione straordinaria che si chiama Attitude is Everything che lavora per rendere la musica più accessibile ai sordi e alle persone con disabilità in genere. Performance Interpreting invece è un’associazione che organizza l’interpretazione di eventi live in BSL. In Italia per esempio nel 2020 per la prima volta al festival di Sanremo c’è stata Giulia Clementi, un’interprete che ha fatto un lavoro bellissimo, ed è stata la prima volta che è stato offerto questo tipo di servizio. Alcuni si sono addirittura lamentati perché dicevano che distraeva. Ho letto anche dei commenti durante una conferenza Covid in Australia in cui uno diceva “insomma siamo in lockdown e quella lì di fianco balla” e invece stava traducendo in Auslan; vuol dire proprio non avere la più pallida idea di cosa sia la lingua dei segni e l’accessibilità. 

Ultimamente sono anche andata a vedere su una pagina Facebook di una campagna che si chiama “Where is the interpreter?" (Dov’è l'interprete) qui in Gran Bretagna. Tendenzialmente in Australia quando fanno le conferenze c’è sempre l’interprete, mentre c’è n’è stata una in particolare di Boris Johnson qua in Inghilterra, forse organizzata all’ultimo minuto, e non c’era l’interprete: una cosa gravissima e inconcepibile. Purtroppo c’è tanta strada da fare in generale, non solo in questo ambito: a questo punto faccio riferimento al lavoro di Greco (2016) in cui parla di accessibilità e dice che ci sono due aspetti diversi dell’accessibilità: uno pro-attivo ed inclusivo e uno invece più ristretto ad un determinato gruppo di persone. Se noi consideriamo l’accessibilità in senso proattivo, non partiamo dal presupposto che tutti hanno le stesse abilità e le stesse doti, ma partiamo dal presupposto che c’è gente che ha diverse abilità e cerchiamo di includere nel nostro progetto (qualsiasi esso sia) tutti questi elementi. Quando parla di Media Accessibility Greco fa l’esempio del Sudafrica dove la disabilità non c’entra neanche. Greco parla di un Paese dove ci sono 11 lingue ufficiali, dove però la lingua dominante è l’inglese ma non a livello di numero ma di prestigio, e quindi molte informazioni dei media sono trasmesse in questa lingua, magari con i sottotitoli in Afrikaans. E tutti quelli che non parlano queste lingue? Quindi non è solo questione di diverse abilità ma proprio una questione di accessibilità che deve essere considerata un prerequisito universale. 

Recentemente c’è stato un artista americano (purtroppo non ricordo il nome) che quando ha inciso il suo nuovo album ha contattato Amber Galloway Gallego, interprete ASL esperta di questo tipo di performance, e ha incluso le sue performance già nel cd, quindi è questo il tipo di lavoro che mi piacerebbe vedere. Ricordo che ero da poco arrivata in Gran Bretagna e c’era un concerto che mi interessava, e per curiosità ho telefonato, e ho chiesto se ci sarebbe stata l’interpretazione in BSL, e l’addetto mi ha risposto che se c’è un concerto a cui una persona sorda è interessata li deve contattare e deve richiedere il servizio. Quindi se ci pensi questa è già un’altra barriera, innanzitutto perché già stabilire il contatto può essere complicato, ma poi è una richiesta che va fatta con parecchie settimane di anticipo perché gli interpreti che offrono questo tipo di servizio non sono sempre disponibili e c’è bisogno di organizzazione e una preparazione specifica. È vero anche che offrire un servizio che ha anche un costo con il rischio che poi non serva a nessuno non ha molto senso e lo capisco. Poi ci sono anche dei festival specifici, come quello che si tiene a novembre in Australia, Ability Fest, in cui tutte le performance avevano un interprete Auslan. Però vedendo la cosa da “fuori”, da persone udenti, non ci rendiamo conto di quante barriere ci siano effettivamente da superare per arrivare ad un’accessibilità completa. 

 

Che differenza c’è tra la traduzione delle parole e la traduzione della performance? 

 

Per ora non ho abbastanza informazioni, ci risentiamo più avanti, quando sarò in una fase più avanzata del progetto.



 

Questo progetto ha ricevuto fondi dal Programma di Ricerca e Innovazione dell'Unione Europea Horizon 2020 con l'accordo di sovvenzione Marie Skłodowska-Curie numero 101024733.


 

 

English version

Translation of the interview to Tarantini

 

 

 

What is your project about and how did you come up with the idea?

 

I work on a project titled When accessibility becomes performance: Sign Language Interpreting in Music and live concerts as ‘Performative Rewriting', and stems from an idea that I had while observing practices of translation and interpretation during live shows of extraordinary performers that aim to make music accessible for people who are Deaf or hard of hearing. These practices are becoming increasingly popular, but despite that, scholars in Translation Studies have not conducted a systematic analysis of these practices yet. One reason may lays in its intrinsic interdisciplinarity while the topic has, so far, been anaylised from a single discipline perspective. There are wonderful studies carried out in Musicology, Music and Disability, for instance, the work of Anabel Maler (2015, 2013).However, within Translation Studies the analysis of these practices is scarce. My goal is therefore to provide a theoretical framework to analyse this type of practices, to understand it from the theoretical perspective of Translation Studies. A scholar, Lucile Desblanche  (2020) states that translation practices in music can be analysed differently depending on the interdisciplinary lens used. What I found before starting this project is that some studies on the topic have been published but not from the point of view of Translation Studies. Lastly, I would like to emphasise that I am carrying out this study  as a hearing person from the perspective of a hearing translation studies scholar, and I am very aware of that.

 

What kind of studies and experiences have led you to this choice?

 

Thanks for this interesting question. I have a background in theatre translation, so translation and performance. While doing my PhD project, I analysed the impact of translation on two specific elements of performance: rhythm and gesture.. 

I have always been fascinated by Gesture Studies. Sign language is surely at the far end of gesture continuum, as explained by Adam Kendon (2000). In 2016, at Nouvelle Sorbonne University in Paris, I presented a paper at the Biennial Conference of the International Society of Gesture Studies (Tarantini 2016), and there I met many scholars who use sign language, and I was fascinated by their expressiveness. From that moment I’ve always wanted to study a sign language. Once I finished my PhD I started thinking about ways to use my knowledge in translation and performance and gesture in an innovative project. So I came across these practices of translating music into sign language, and I liked them so much that I started studying Australian sign language (Auslan), because at the time, I was living in Australia, and now as I live in Wales, I am studying British Sign Language (BSL), and I started to search for studies on this topic.

The performativity I am concerned with is a complex concept. Broadly speaking I can say that it is divided into two branches: one concerns translation as activist translation (Baldo 2019; Tymoczko 2010) which has the aim to have an impact on society. The impact of translation practices is therefore not only visible on a work of art or a work of literature but also on society at large. The other one is more strictly related to the concept of performance (Grant 2015, 2013). 

My work is highly interdisciplinary, and the mentor of my project is Cristina Marinetti, who works on theatre translation and is one of the main scholars working in translation and performativity (Marinetti 2013, 2018b, a), which is the pillar of my work. It is however necessary to look at other disciplines: now, for example, there is a relatively new discipline called Accessibility Studies, and, in this light, the work of Gian Maria Greco (2019, 2016) will be essential for my research. Another starting point of my study is the Sign Language Linguistic of Johnston and Schembri (2007), just to name one but there are many others, such as the work of Pierre Schmitt (2017), more focused on anthropological linguistics and sign language in performance. 

To sum up, for this type of work it is necessary to connect different disciplines. In addition, it is important to collaborate with the Deaf community. As a hearing scholar I can identify patterns, but whether these strategies are effective or not cannot be determined by myself and it would be wrong of me to think that I can do it. One of the things to keep in mind when approaching projects of this type is that one must do it with respect because we are in fact approaching a linguistic and cultural minority, with all the implications of the case. Something that I do not want to do is to speak for someone else, for a community to which I do not belong, but to speak with them, and I want to emphasise that.

 

Anida: it is true, specifically the Deaf community is particularly skeptical, compared to other minority groups.

 

Tarantini: they are more under-served. I see this also with other disciplines: minority communities tend to be suspicious towards scholars who want to conduct studies on their community, as they think “here comes a person from a position of privilege who wants to use us as a case study”. It has been the case of Indigenous Australians or Natives in North America. I do not want to speak for anyone, but rather, I want to involve Deaf people through questionnaires. 

 

The project has been financed by the European Union for its innovative component. In your opinion, how is your project innovative?

 

I think the innovation lies in the fact that it is the first time that such a project is being carried out within Translation Studies. The practice of sign language interpreting in music has been analysed in other disciplines, but Translation Studies lags behind. Translation Studies scholars lack a theoretical framework to analyse this practice. Or, better, this practice has never been analysed with the theoretical frameworks available in Translation and Interpreting Studies, and nobody has collected the different strategies utilised by different interpreters, and these data could be useful to prospective interpreters. My aim is not to standardise a performative practice, also because I couldn’t, since I could never do what these amazing interpreter-performers do, but rather to understand how different interpreters perform these translations in different sign languages and, then, categorise these strategies. An interpreter could read what I have written and see which strategies work and which ones are less effective according to the results of my research. I think this is the reason why my project has been financed. 

 

What is the role played by technology in this project? How is it used? 

 

This is a great question, even though I am not really hi-tech. I know that there are tools to evaluate different things, for example psychological response and emotions, such as EEG caps, but I do not have the competences to speak about those or to use them. Mangelsdorf, Listman, and Maler (2021) have recently published a study which evaluates emotional response to song signing.

The technology I will mainly rely on is the Internet, YouTube, online questionnaires, and zoom. There are also softwares that study gesture, but to carry out an analysis of this type a team of researchers and a higher budget are necessary. Thank goodness for technology, especially during the pandemic; platforms such as Skype and have been around for a while, but before the pandemic we didn’t use them as much as we’re doing right now, and thanks to technology we can do things that two years ago we could not do. Two years ago we probably wouldn’t have done what we are doing right now. For this specific project technology allows me to speak with people from different parts of the world who speak different sign languages, thus to have a wider corpus and a more diverse group of participants. 

 

How will the project evolve and what will the next stages be? 

 

The project started on the 1st of November 2021, then there were Christmas Holidays, first, and the Covid-19 Omicron variant, second. Even though one can work from home, some things have been slowed down by the fact that some specific structures are less accessible. At the moment, I hard of hearing artist who uses sign language. She is a painter and musician, and she translates music into Auslan. I asked her to design a logo for my project, because even if I have my personal idea, I want the input of a person that lives music through sign language. Then I have contacted what I call the “interpreter-performers”: not ordinary interpreters but performers, people who work between translation and performance. It is in this specific area that my research develops: at the crossroad of translation and performance. I have conducted a series of interviews with these interpreter-performers and I discussed with them the strategies they use, and they helped me understand how their signing changes depending on the rhythm, the pitch or the tempo of the song. Once I have this information, the next step will be to present it to a group of Deaf people and try to understand what they find effective and what not (It seems simple and straightforward, but every phase requires months of work). They will draw conclusions and I will transcribe them. These are the different steps of the project. In relation to dissemination and communication activities,  I am planning to write two articles and probably a monograph, within the 24 months of the fellowship.

 

With whom could you collaborate during the project?

 

First of all, I choose to work mainly with people who are Deaf or with hearing interpreter-performers who have close relationship with the Deaf community. Moreover, I have participated and I will participate in conferences where you can meet people specialised in different sectors, from whom there’s always to learn. This because, in order to carry out this type of research, it is necessary to look at different disciplines. 

 

What would you suggest to scholars who want to approach this field?

 

I suggest approaching it with a lot of respect, as I am trying to do, and then I hope I’ll be planting a seed. When one starts a study like mine you never know how it will evolve. Then I’d suggest not to be afraid of interdisciplinarity: in this type of studies an interdisciplinary approach is necessary. Just to give an example, a musicologist may not have competences in sign language, or maybe they do, but they are not an expert. Similarly a sign language interpreter working in hospital or court house might be competent in community interpreting and in sign language, but they have no experience in translation and/for perfimance so, flexibility and interdisciplinarity are paramount. In the book Thinking in Systems Donella Meadows (2009), a scholar, puts forth the proposition that everything is a system. If you think about it, the human body is a system made up of different systems (e.g. the digestive system) and you can go into smaller and smaller units down to the smallest one. 

Meadows states that every system is formed by elements, interconnections, and aims or function, depending on whether it is animate or inanimate, and there are scholars who study the system’s “language”, the system’s “music”, the system’s “accessibility”. Then there are scholars who study the interconnections between the elements of new systems that are formed by the combination of elements of other pre-existing systems.

What I am studying, sign-language-interpreted music, as I am studying it, can be seen as a system composed by elements of other systems, such as music, performance, sign language, etc. In order to understand this system, it is necessary to study the interconnection between the elements of the new system formed by elements derived from other different systems. It is necessary to accept the fact that one cannot know everything about each system, and thus face one’s own limitations with humbleness and open-mindedness. It is scary to think “this thing is bigger than me” but you have to think that you are studying the interconnections between different elements of different systems. You do not need to know all those systems, but how the different elements interrelate to each other to form this new system. So, paradoxically, not being an expert of these areas of study enables you to understand what you need to understand. 

 

 

What are the differences between British and Italian sign language?

 

That’s an interesting point. Each sign language is different, and there are many differences. There are elements in common too, in the sense that the components of sign languages are the same (i.e. all sign languages have handshapes, location, movements, etc.) but then every sign language has its own vocabulary and structure. What I would like to analyse with this project is whether in sign-language-interpreted music there are patterns that are repeated and used  in different sign languages. One thing that has already been noted by Vicky Fisher (2021) is that interpreters tend to ‘translate’ the musical pitch with a different location of their movement. For example, if a singer sings a high note the interpreter’s movement occurs higher than or in the higher part of the standard sign space, and the same happens to a low note, where the movement would be lower. These are the kind of  strategies whose efficacy I wish to evaluate. 

 

 

From a cultural point of view, what is the difference in the approach to this practice in the United Kingdom and in Italy? 

 

It is a difficult question. BSL was recognised as an actual language only in 2003, and the BSL Act was approved only in April 2022, so recently. In the UK, there is an association called Attitude is Everything that is active to make music more accessible to Deaf and disabled people. Performance Interpreting, instead, is an association that organises BSL interpretation of live events. In Italy, for instance, this type of interpretation was provided for the first time for the Sanremo Festival (the Italian popular music festival) in 2020 by Giulia Clementi. There have been complaints by hearing people that this type of interpretation is distracting. As a matter of fact, not everyone understands the importance of this service. 

I also read some comments on social media during a Covid conference in Australia, where someone wrote “while we are in lockdown that person [the interpreter] is dancing” while they were interpreting into Auslan. That means that people have literally no idea what sign language is, and the importance of accessibility. Here in the UK there is a Facebook page called “Where is the interpreter?” Generally speaking, in Australian press conferences there is always a sign language interpreter. Instead, here in the UK, I remember a particular instance of a conference by Boris Johnson, maybe organised at the last minute, when there was no interpreter. This is inconceivable. Unfortunately, there is still a long way to go, not only in this area, but in general.  

At this point, I’d like to refer to Greco’s work in which he speaks of accessibility, and the different approaches : one  is a proactive approach and gears towards inclusivity, and the other one is more restricted to a defined group of people. If we consider accessibility in a proactive way, we use this concept in preparation of a new project, a new service without the assumption that everyone has the same abilities(Greco 2016). We should start from the premise that everyone has their own abilities, and we should try to make the project accessible to as many people as possible. In relation to media accessibility, Greco uses the example of South Africa (Greco 2016), where there are 11 official languages. The main language is English, but not in terms of number of speakers, but rather, of prestige. A lot of information is transmitted or broadcast in English, perhaps subtitled in Afrikaans, but this is a problem for those who do not speak either of these languages. It is not only a question of different abilities: the point is that accessibility  has to be considered as a prerequisite. There has been an American artist (unfortunately I can’t remember their name) who, for their  new album, contacted Amber Galloway Gallego, an interpreter specialised in this kind of performances, and included her ASL interpretation directly in their CD. I’d love to see more of this. 

I remember when I had just landed in the UK I was interested in a concert, and for curiosity  I made a call to ask whether the concert would be BSL interpreted. They told me that if a Deaf person is interested in this service they should put in a request. That in itself is already a barrier: firstly because making contact might not be that simple for a Deaf person, and secondly because you have to put in this request at least two weeks before the event, because the interpreters who offer this service are not always available and a lot of preparation is required. Of course I also understand that this type of service cannot be provided for every concert if there is no request. On the other hand, there are also specific festivals where every performance is translated into  sign language, such as the one held in Australia in November, the Ability Fest.

When we look at the situation from the outside, as hearing people, we might not realise how many obstacles need to be overcome to achieve full accessibility. 

 

What is the difference between words translation and performance translation? 

 

So far, I do not have enough information, we may have to talk about this later down the line, when I am in a more advanced phase of the project. 

 

 


 

Works cited

 

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Links 

 

When Accessibility Becomes Performance: Sign Language Interpreting in Music and Live Concerts as Performative Rewriting

 

 

When Accessibility Becomes Performance. Sign Language Interpreting in Music and Live Concerts as "Performative Rewriting" (Acronym: WABP)

 

 

When Accessibility Becomes Performance | Cardiff | Facebook

 

 

 

 

This project has received funding from the European Union’s Horizon 2020 Research and Innovation Programme under the Marie Skłodowska-Curie grant agreement No 101024733.